ConFine–MemoryPaths
Mara Di GiammatteoIn ConFine – Memory paths, Mara Di Giammatteo realizza arazzi come frammenti di dispositivi poetici e urbani, una soglia sospesa tra memoria personale e geografia collettiva. L'installazione è composta da ricami in lana cuciti a mano su tessuti di cotone, rivelando mappe intricate e pulsanti, attraversate da strade fitte e margini che colano come radici o vene, rimandando ad una dimensione più ampia: quella del territorio come corpo vivo e deposito di traiettorie umane. Il filo scuro che disegna la città non è solo segno grafico, ma scrittura tattile che restituisce il tempo della cucitura a mano nel lento stratificarsi delle memorie. Frammenti di conversazioni, appunti domestici e ricordi sfilacciati emergono ai bordi del tessuto, intrecciandosi alla topografia di luoghi reali in cui l'artista ha vissuto e dove smaterializzandosi verso l'esterno suggeriscono che ogni luogo può continuare a vivere nelle parole di chi lo abita. Il confine evocato nel titolo non è mai rigido: è una linea porosa, un margine che oscilla. Le strade della mappa scendono in filamenti irregolari, sciogliendosi verso il basso come se la città, anziché essere un perimetro chiuso, fosse un organismo in continua espansione emotiva. Il confine è quindi un “con-fine”: un luogo dove si sta insieme, dove l'individuale incontra il collettivo, dove la memoria personale si intreccia con la forma del territorio e dove ogni filo è un racconto che continua a sconfinare.
ConFine–MemoryPaths
Mara Di GiammatteoIn ConFine – Memory paths, Mara Di Giammatteo realizza arazzi come frammenti di dispositivi poetici e urbani, una soglia sospesa tra memoria personale e geografia collettiva. L'installazione è composta da ricami in lana cuciti a mano su tessuti di cotone, rivelando mappe intricate e pulsanti, attraversate da strade fitte e margini che colano come radici o vene, rimandando ad una dimensione più ampia: quella del territorio come corpo vivo e deposito di traiettorie umane. Il filo scuro che disegna la città non è solo segno grafico, ma scrittura tattile che restituisce il tempo della cucitura a mano nel lento stratificarsi delle memorie. Frammenti di conversazioni, appunti domestici e ricordi sfilacciati emergono ai bordi del tessuto, intrecciandosi alla topografia di luoghi reali in cui l'artista ha vissuto e dove smaterializzandosi verso l'esterno suggeriscono che ogni luogo può continuare a vivere nelle parole di chi lo abita. Il confine evocato nel titolo non è mai rigido: è una linea porosa, un margine che oscilla. Le strade della mappa scendono in filamenti irregolari, sciogliendosi verso il basso come se la città, anziché essere un perimetro chiuso, fosse un organismo in continua espansione emotiva. Il confine è quindi un “con-fine”: un luogo dove si sta insieme, dove l'individuale incontra il collettivo, dove la memoria personale si intreccia con la forma del territorio e dove ogni filo è un racconto che continua a sconfinare.





